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FTA 2019: Il gotha della moda si incontra a Doha

La prima competizione per talenti emergenti del mondo arabo ha attratto il jet set mondiale, da Carla Bruni a Pierpaolo Piccioli, passando per Naomi Campbell e Victoria Beckham

«Quando abbiamo iniziato a pensare al Fashion Trust Arabia, sognavamo un mondo arabo unito, un mercato della moda unico e solidale». «Da allora lo scenario politico è cambiato, ma abbiamo deciso di andare avanti lo stesso perché crediamo nella capacità di fare network nella nostra regione. Al di là della politica».

Con queste parole la Sheikha Al Mayassa – figlia della visionaria e celeberrima Sheikha Moza bint Nasser – co-fondatrice insieme a Tanya Fares del Fashion Trust Arabia ha raccontato il percorso della prima edizione di questo evento unico per il mondo arabo.

Come ha sottolineato Sara Sozzani Maino, Talent editor di Vogue Italia, questo non è il primo evento dedicato alla moda emergente nel Medio Oriente, Vogue Italia ne aveva già organizzati altri a Dubai e negli Emirati, ma è il primo che ha un sapore istituzionale e che ha cercato solo creativi specificatamente di questa regione. Venticinque i finalisti, provenienti da Kuwait, Marocco, Giordania, Palestina, Egitto e soprattutto Libano, che hanno mostrato i loro lavori a una giuria illustre composta da altrettante personalità della moda, Pierpaolo Piccioli, Giambattista Valli, Olivier Rousteing, Victoria Beckham, Haider Hackerman, Alexander Wang, Natalie Massenet, solo per citarne alcuni.

Parola di Diane Von Furstenberg
«
Questo evento è importante, un’opportunità unica di farsi conoscere» – ci ha raccontato Diane Von Furstenberg giurata del FTA Prize – «Avere questo tipo di esposizione per un designer, non solo del Middle East, è impagabile». Ma la regione è pronta a travalicare i confini del mondo arabo? «Qualcuno sì. Sono stata mentore di Alexander Wang e la prima volta che sono andata nel suo showroom la cosa che mi ha colpito è stata la chiarezza della sua visione. Ecco direi che si capisce se uno ha talento quando si vede qualcosa di molto chiaro. Molti dei designer in concorso vengono dal Libano, una regione ricca di influenze culturali diverse».

Un consiglio a chi si approccia al feroce mondo della moda?«Quando ho iniziato io non sapevo quello che volevo fare ma sapevo il tipo di donna che volevo essere. Lo sono diventata grazie a un vestito, il wrap dress, che ancora oggi si vende. Quel vestito mi ha dato confidenza e io sono andata in giro a vendere questa confidenza».  «Siccome sono diventata la donna che volevo essere, la mia missione – che oggi travalica la moda e si estende alla filantropia – è aiutare tutte le donne a essere chi vogliono essere».

Quindi cosa devono possedere i designer di domani? «Ogni designer è diverso e ha un ruolo diverso, un emergente deve capire cosa ha da dare e da dire».


I vincitori
Forse non tutti i partecipanti avevano qualcosa da dire, ma di certo le storie dei vincitori hanno catturato l’attenzione di giudici e ospiti. Ne è convinta anche Sara Maino, che senza sbilanciarsi ha fatto intendere che qualcuno potrebbe ritrovarsi presto a Milano, magari per i 10 anni di Vogue Talents.

Le due designer marocchine premiate per la categoria Footwear, per esempio, sono un emblema del girl power imprenditoriale. Dopo studi a Parigi ed esperienze in maison come Dior, hanno deciso di tornare nel loro paese per creare un marchio innovativo che mantenesse il legame con la tradizione. Lo hanno voluto tutto realizzato a mano e fatto solo da donne locali. Il nome? «Zyne», ossia «bella».

Vicini alla tradizione, ma con un forte twist innovativo, anche gli egiziani Sabry e Marouf, vincitori nella categoria Handbags, che hanno ripreso antiche forme faraoniche trasformandole borse in pelle e plexiglas assolutamente moderne e desiderabili.

Belle storie personali quelle dei due vincitori ex-aequo nella categoria Ready-to-Wear i libanesi Roni Helou – che ha studiato moda grazie a Creative Space, un programma no profit per talenti senza fondi, e che fa incetta di tessuti vintage italiani trovati nelle vecchie boutique di Beirut – e Salim Azzam che ha recuperato la tradizione del ricamo delle sue montagne aiutando le donne locali a sostenersi con il loro lavoro. «Il ricamo ci porta in un altro mondo fatto di pace e di serenità. Grazie per questo premio che ci permetterà di continuare a viaggiare» hanno scritto in un messaggio di ringraziamento.

Un altro elemento caratteristico di questo panorama che salta all’occhio è la centralità della famiglia. Tre sorelle indo-libanesi, le Mukhi Sisters, energiche quanto determinate, hanno meritatamente portato a casa il premio per la categoria Jewelry con le loro creazioni preziose e fresche, sono anche impegnate nel sostegno di Diplowomen.

E anche nella categoria Eveningwear è stata premiata una coppia di fratelli, il libanese armeno Krikor Jabotian, allievo di Elie Saab e costruttore di corsetti in piume e ricami da principesse, è supportato per la parte finanziaria da sua sorella.

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